Piazze, Laboratori, architetti di quartiere, digitale: il nuovo protagonismo dei cittadini

Piazze, Laboratori, architetti di quartiere, digitale: il nuovo protagonismo dei cittadini

Una città come Reggio Emilia, con alle spalle una storia gloriosa legata ai quartieri e al decentramento, si è trovata nel 2014 – con la legge Calderoli che, di fatto, smantellava tutto il sistema nei Comuni sotto i 250mila abitanti – orfana di un istituto che risaliva agli anni Sessanta, le circoscrizioni comunali.

Il dilemma che avevamo di fronte era chiaro: governare con gli strumenti rimasti o gettare il cuore oltre l’ostacolo e inventare qualcosa di nuovo. Abbiamo scelto la seconda strada, forti del fatto che in questa città di 172.000 abitanti, ben 27.000 persone ogni giorno sono impegnate in attività di coesione sociale e di tutela del bene comune. Come a dire che potevamo anche permetterci una sfida impegnativa.

Nessuna progettualità è stata calata dall’alto, ma abbiamo costruito una metodologia per dare voce e protagonismo ai cittadini, incentivando le “piazze di comunità, ovvero i luoghi e i soggetti già attivi nei territori e inventando nuove figure amministrative, gli “architetti di quartiere”, destinati a costruire o rinforzare i legami di comunità. Siamo partiti suddividendo la città in 19 quartieri (meglio, 18 più il centro storico) e andati di persona nei singoli quartieri, presso le associazioni, le società e spesso anche dalle singole persone per farci raccontare le criticità vissute e per ascoltare le loro esigenze e bisogni e trovare insieme le soluzioni migliori. Il confronto è avvenuto secondo le modalità della democrazia deliberativa, all’interno di quelli che abbiamo chiamato “Laboratori di cittadinanza”, ovvero ascoltando tutti coloro che erano interessati a segnalare i problemi del quartiere ma anche a proporre le relative soluzioni. Ciò che abbiamo chiesto a quanti hanno partecipato, cittadini singoli o associazioni, scuole o parrocchie, attività commerciali o altri enti del territorio, è stato di essere protagonisti anche nella fase di realizzazione concreta e fattiva delle proposte. Abbiamo chiesto alla comunità, in sostanza, di assumersi con noi l’onere e l’onore del governo del proprio quartiere.  Gli “Accordi di cittadinanza” sono il senso di questo patto di corresponsabilità tra pubblico (Comune) e pubblico (Comunità).

Il vero significato di questo modo di operare è stato il conferire al singolo e alle associazioni pari dignità nel pensare e progettare soluzioni positive per la città. Inoltre è stato fondamentale per noi avvicinare persone che mai prima avevano avuto relazioni con l’amministrazione comunale e rendere possibile anche le relazioni tra i soggetti, tra cittadini e associazioni, tra associazioni e scuole, tra enti e professionisti.

La cura della città, la coesione sociale, la progettazione educativa, ambientale, digitale hanno ricevuto un’enorme spinta da questi accordi, siano essi stati sottoscritti con Università, istituzioni, importanti realtà private, che singolarmente con i cittadini.

Il secondo, fondamentale risultato, è che quel tessuto associativo e di volontariato, da sempre vivo a Reggio Emilia e legato al Comune, ha cominciato a interagire e a costruire relazioni circolari, a collaborare. Relazioni improntate sulla fiducia hanno consentito la messa in campo di soluzioni forti e condivise.

L’amministrazione comunale, in sostanza, ha fatto un passo indietro e messo nelle mani della collettività  scelte innovative e di prospettiva, oltre che soluzioni per risolvere le criticità. Il Comune, dal canto suo, ha verificato la fattibilità tecnica ed economica di ogni intervento, cercando di rendere effettivamente praticabili le istanze raccolte e mettendo in campo tutte le competenze presenti in Comune e utili per progettare le soluzioni.

Il significato dell’innovazione non sta dunque solo nel proporre cose sconosciute e sorprendenti, ma nel processo di costruzione di comunità civiche e imprenditive che va continuamente reinventato e portato all’attenzione dei cittadini.

Innovazione è, inoltre, dare continuità e sartorialità ad azioni cui prima non si era pensato. Non andiamo alla ricerca di soluzioni strabilianti, ma di quei progetti che possono risolvere i problemi delle persone includendo le risorse delle persone nei processi di erogazione dei servizi, nelle attività previste nei progetti, nel disegno stesso della soluzione da trovare. Ed è questo incorporare i cittadini e le associazioni nelle attività concrete, quartiere per quartiere, che ha reso possibile trovare maggiore aderenza al contesto, maggiore protagonismo civico, maggiore contenuto di innovazione sociale e sperimentazione territoriale. Un elevato valore di coesione sociale è stato dato dal potenziamento e dallo sviluppo dei servizi digitali di comunità: proprio grazie a un progetto nato all’interno di un Accordo di cittadinanza, abbiamo infatti trovato una modalità per portare connettività in quelle aree, cosiddette tecnicamente grigie (cioè coperte da un solo operatore privato), in cui il diritto di cittadinanza, nel senso pieno e contemporaneo del termine, era precluso. Sperimentato a Coviolo nel 2015, il progetto di wi-fi di comunità, il centro sociale che si fa provider della connettività del quartiere grazie alla banda ultralarga pubblica ma anche alla propria capacità imprenditiva, è oggi in tre quartieri e destinato a gemmare anche in altri. Del resto anche la Commissione Europea ha riconosciuto l’innovatività di questo modello e ci ha conferito un premio ad hoc.

L’obiettivo, ovviamente, non è fare del Centro un operatore telefonico, ma di rispondere alla domanda e al diritto alla connettività, all’opportunità per tanti cittadini di essere connessi a prezzi calmierati.

Una logica imprenditiva ha dunque consentito di colmare un deficit digitale e di mettere in campo un’importante azione di innovazione sociale. Nella stessa ottica pensiamo a soluzioni che riguardano il car pooling, il car sharing, il welfare di quartiere, il contrasto alle fragilità e la costruzione di nuove relazioni sociali, che significano più sicurezza.

In questo scenario assume particolare rilevanza il potenziamento delle relazioni tra la città e la comunità degli innovatori, fatta di start-up, associazioni e civic hackers, caratterizzata da solide competenze digitali e da grande spinta innovativa. Dal 2014 i Laboratori di Innovazione (ovvero dei momenti di incontro informale) hanno offerto diverse occasioni di scambio e confronto in cui raccogliere esigenze, sollecitare proposte e contributi, condividere conoscenze e soluzioni. Ad esempio, uno dei Laboratori è stato dedicato agli open data e, in quella occasione, i cittadini esperti hanno suggerito di adottare la tecnologia CKAN, diversa da quella inizialmente implementata dal Comune ma che stava rapidamente emergendo come standard di fatto del settore. E così c’è stata un’interessante evoluzione del portale pubblico dedicato agli open data.

Ancora. Gli open data sono argomento difficile eppure strategico non solo come fattore di trasparenza ma anche e soprattutto di analisi, ricerca e sviluppo di politiche pubbliche efficaci e aderenti ai contesti.

Però bisogna conoscerli, capirli e apprezzarne le potenzialità. Da questa esigenza sono nate, sempre all’interno dei Laboratori di Innovazione, le proposte relative alla realizzazione di eventi divulgativi, in grado di avvicinare il grande pubblico al mondo dei dati e del digitale. E così sono nati spettacoli teatrali e perfomance ispirati agli open data: la cultura è sempre un mezzo potentissimo di diffusione di contenuti e saperi.

Altrettanto strategici sono i rapporti tra il Comune e gli altri enti istituzionali locali. La trasformazione digitale di una città e lo sviluppo di processi di innovazione richiedono infatti la definizione e la realizzazione di strategie che agiscano su ambiti anche molto diversi tra loro, ma che siano guidate da una visione organica per garantire la coerenza tra le diverse iniziative e per incentivare le sinergie, considerandone gli aspetti tecnologici, economici, culturali e sociali. Un simile risultato può essere raggiunto solo attraverso un’azione comune ed integrata che coinvolga i molteplici attori, sia pubblici che privati, presenti sul territorio. L’Assessorato all’Agenda Digitale ha individuato nel protocollo d’intesa “Reggio Emilia Smart City” lo strumento necessario ad implementare tale governance. Il protocollo oggi coinvolge 35 realtà cittadine di primo piano, che includono fondazioni attive nel mondo dell’educazione, della cultura e dello sport, AUSL e Farmacie Comunali Riunite, associazioni di categoria del comparto industriale e delle cooperative, l’Università di Modena e Reggio Emilia ed enti di ricerca come CRPA, partecipate e operatori privati nei settori della mobilità, dei servizi locali e delle infrastrutture.

Infine le iniziative di alfabetizzazione digitale. Genitori connessi, intervento su tutti gli istituti comprensivi della città per educare genitori e figli al digitale, Pane e Internet, per consentire anche a chi non ha capacità, di approcciare l’uso della rete e degli strumenti per accedere ad opportunità e diritti, A scuola di data journalism, percorso didattico negli Istituti superiori per insegnare l’approccio critico ai dati e alle notizie, Tecnologie in famiglia, incontri nei quartieri per scoprire come e dove le tecnologie possono unire le generazioni, sono le attività che abbiamo realizzato in questi anni e che ci hanno consentito di spalancare il mondo delle nuove tecnologie a target prima lontani.

Da ultimo i servizi digitali ai cittadini, dal canale whattsapp per parlare con l’ufficio relazioni con il pubblico, a RèS, il gestionale per le segnalazioni e i reclami on line, ci hanno consentito di diventare la città italiana più presente sui social network, secondo il Rapporto Icity Rate 2018, stilato da Fpa (società del gruppo Digital360), presentato ad ottobre 2018.

Valeria Montanari – assessora ad Agenda digitale, partecipazione e cura dei quartieri, processi partecipativi, comunicazione