I nuovi “sguardi” del welfare, con al centro il cittadino

I nuovi “sguardi” del welfare, con al centro il cittadino

Sono stati anni di cambiamento e trasformazione dei servizi. E, prima ancora, degli approcci. Il recente decennio di crisi ha imposto una profonda riorganizzazione dei servizi, degli strumenti e degli sguardi in tema di welfare. Abbiamo assistito alla comparsa di nuove figure sociali e di un ceto medio impoverito e frustrato che è diventato interlocutore abituale. Le professionalità dell’assistente sociale sono state messe alla prova da nuove sfide, sia dal punto di vista della quantità dei bisogni delle persone che della qualità delle prestazioni.

All’aumento della complessità dei bisogni tradizionali (attività di cura, assistenza e presa in carico delle “fragilità”), si è affiancata la cronicizzazione e l’aumento della povertà nel suo complesso. Come amministrazione comunale abbiamo fatto fronte alle richieste delle famiglie di nuove opportunità per gli anziani potenziando le attività a domicilio e nei luoghi extra istituzionali. Sono state garantite risposte alle aspirazioni di autonomia delle singole persone e, sviluppando le azioni e le relazioni sul territorio, si sono incrementati il benessere e la coesione sociale.

Ciò che in sintesi abbiamo fatto, è stato volgere lo sguardo verso opportunità e risorse.

Abbiamo investito negli aiuti alla famiglia, non solo in termini di sostegno economico, ma di accompagnamento e progettualità sociale. La stessa composizione delle équipe dei servizi sociali è profondamente cambiata. Penso ai 15 educatori che oggi lavorano con le famiglie, gli adulti, i minori. Nuove relazioni di cura, oltre ad interventi materiali ed economici, hanno consentito di fare fronte alle difficoltà crescenti che investono l’area della genitorialità.

Abbiamo lavorato molto sul fronte della casa e delle emergenze abitative, raddoppiando gli alloggi per le famiglie che hanno perso reddito e lavoro. Lo facciamo per dare risposte concrete a un bene primario, quello dell’abitazione, che rappresenta il primo passo per costruire efficaci percorsi di relazione, formazione e accompagnamento. Non di soli muri si tratta, c’è ben altro: è il miglior investimento al contrasto della povertà minorile e infantile, quello sulla casa.

Stiamo collaborando con convinzione, costanza ed entusiasmo con le tante risorse presenti a Reggio Emilia – penso al Terzo settore e all’associazionismo diffuso – facendo nascere progetti importanti come ad esempio: La locanda della memoria, Telefono amico, Ambulatorio di comunità, Una Palestra di Quartiere, Doposcuola, Mamme a scuola.

Tutti progetti nati da percorsi partecipativi, da quei “Tavoli di quartiere” che si sono rivelati luoghi di ritrovo della comunità, di soddisfazione dei bisogni e messa in campo di risorse e progettualità. Si sono strutturate nei singoli poli professionalità dedite alla progettazione territoriale, operatori che si occupano principalmente di attivare relazioni sociali, favorire percorsi di ascolto e partecipazione. Sono dunque emersi sguardi e figure che dieci anni fa non c’erano, i servizi sociali sono cambiati profondamente e grazie a ciò siamo riusciti a far fronte all’impatto della crisi. Altrimenti non avremmo retto.

Abbiamo risposto, nei fatti, a chi, per ideologia o pregiudizio, è convinto che il pubblico non sia in grado di cambiare e innovare.

Di fronte c’è uno scenario in cui si acuiranno la cronicizzazione della povertà di una parte significativa della società e le condizioni di invisibilità di quella parte della popolazione, sia giovane che anziana, che sfugge all’incontro con i servizi. Aumenteranno le complessità e, da qui, l’esigenza di risposte sempre nuove e all’altezza delle esigenze e delle aspettative delle famiglie.  All’interno di un assetto organizzativo comunque già forte, si tratterà di sviluppare nuove professionalità, di consolidare la spinta all’innovazione che nasce da quel fare quotidiano sempre foriero di pensieri, suggerimenti e visioni. Di investire in percorsi che nascono dall’esperienza e dall’aderenza forte alla realtà sociale che ci circonda. Si tratta, in sostanza, partendo da una lettura critica del nostro operato e delle trasformazioni in atto che non deve mai venire meno, di darsi gli strumenti per organizzare, trasformare e potenziare i servizi e il lavoro collettivo di assistenza e cura, lavorando su percorsi di integrazione professionale e mettendo sempre la persona, prima ancora dei suoi bisogni, al centro di sguardi socio-sanitari integrati.

Matteo Sassi – Vicesindaco e assessore al welfare