Ex Reggiane, in città si fa strada un nuovo modello di sviluppo

Ex Reggiane, in città si fa strada un nuovo modello di sviluppo

Il progetto di rigenerazione urbana per trasformare le storiche Officine Meccaniche Reggiane nel Parco Innovazione di Reggio Emilia è in pieno sviluppo. Due le opere già realizzate: il Tecnopolo e il Centro Internazionale L. Malaguzzi; numerose le altre in corso di realizzazione per far diventare l’area su cui sorgevano le Officine un moderno polo dell’innovazione, al servizio delle imprese e della ricerca. Un luogo che sta mostrando alla città, svelandosi pezzo dopo pezzo, la trama di un pensiero nato alcuni anni fa in seno all’Amministrazione e maturato fino a concretizzarsi in un disegno ora ben apprezzabile. Un luogo in cui pubblica amministrazione, imprese e ricerca interagiscono in maniera efficace per creare valore per tutti i soggetti in causa e far crescere l’intero “sistema città”.

L’architetto Massimo Magnani, responsabile dell’area competitività, innovazione sociale, territorio e beni comuni del Comune, spiega l’origine del progetto e la visione strategica che lo accompagna.

In che momento è nata l’idea di realizzare il Parco Innovazione alle Officine Reggiane?

L’idea è nata a seguito di due congiunture, quella sfavorevole della crisi economica iniziata nel 2008 e quella favorevole rappresentata dal passaggio a Reggio Emilia della ferrovia ad Alta Velocità, con la possibilità di realizzare una nuova stazione. L’Amministrazione fece allora una riflessione profonda che mise in relazione le due cose, escludendo però subito l’ipotesi di creare un nuovo polo, una sorta di nuova città, accanto alla stazione AV. Siamo sempre stati contrari a questa idea, ma abbiamo comunque sempre ritenuto che la nuova stazione fosse uno strumento funzionale a metterci in contatto con l’Europa e a cambiare il nostro modello di sviluppo. Da sola però non era sufficiente, perché serviva un altro strumento che diventasse un polo per la ricerca, l’innovazione, la conoscenza, lo sviluppo delle imprese. In pratica una seconda infrastruttura al pari della stazione. Il passaggio immediatamente successivo fu la domanda che ci siamo fatti: “dobbiamo costruirla ex novo o ce l’abbiamo già?”.

L’area era già lì, con migliaia di metri cubi da poter utilizzare, e si presentava anche con ulteriori vantaggi: il primo è la storia del Novecento della nostra città che con essa si poteva recuperare, quindi un grandissimo valore di memoria; il secondo è che con questa soluzione non si consuma nuovo suolo; il terzo è la possibilità di riportare in questo modo la fabbrica in città. Quest’ultimo è anche il grande valore aggiunto di tutta l’operazione, perché scardina un modello ormai un po’ datato di sviluppo del territorio, quello che vede aree funzionali ben distinte, verso un ritorno a un modello di città dove vivere e lavorare, due momenti interconnessi della vita delle persone, si integrano e tornano a stare vicini e insieme. Le Reggiane si prestavano benissimo per tutti questi ragionamenti.

Insieme alle due congiunture, che hanno avuto ricadute in termini infrastrutturali, c’era anche la visione che allora – eravamo nel 2009 – ci si diede con gli Stati Generali sul futuro di Reggio Emilia. Una strategia che è coerentemente proseguita anche nell’attuale mandato amministrativo: provare a trasformare il nostro modello di sviluppo economico da quello emiliano classico (per sintetizzare, quello basato sul distretto e la manifattura) nel modello emiliano-europeo, cioè un modello sempre basato sulla manifattura ma all’interno del quale si intromette in maniera virale il concetto della società e dell’economia della conoscenza, e con esse anche della creatività, del talento, dell’innovazione, della contaminazione, dello sguardo obliquo, del fare network, ecc…

Come è stato interpretato questo modello a Reggio Emilia?

Volendo semplificare, è un concetto che passa dalla metafora dell’inventore a quella dell’innovatore. In un mondo dove la complessità di relazioni e competenze è così vasta, occorre necessariamente un centro e un luogo dove gli imprenditori possano acquisire tutte le informazioni che gli servono per il trasferimento tecnologico della ricerca industriale.  C’è una particolarità tutta nostra in questa visione, il pragmatismo che potremmo definire dell’homo faber reggiano: si abbraccia questa idea e la si piega al proprio contesto grazie al nostro forte pensiero critico che non accetta mai le cose così come ci vengono date. Allo stesso tempo è un disegno fortissimamente pensato a livello locale, che gioca sulla dimensione di prossimità fisica. Una prossimità, possibile concretamente al Parco Innovazione, fatta di incontri quotidiani, di trovarsi a bere un caffè, di vedersi direttamente se c’è bisogno di qualcosa, di fare una riunione faccia a faccia tra ricercatori e imprenditori… È un luogo unico e speciale che non si trova da nessun’altra parte in Emilia-Romagna né in Italia. Perché ha caratteristiche infrastrutturali particolari e caratteristiche di relazioni che si costruiscono col contesto reggiano.

Tante città hanno cose simili al Parco Innovazione, ma la genesi del nostro è particolare: possiamo definirlo un parco umanistico-tecnologico, perché dentro abbiamo anche Reggio Children, con tutta la filiera dell’educazione. Quella che stiamo facendo è perciò un’operazione di “urbanesimo”, non di urbanistica. Ed è così anche un luogo di contaminazione tra il singolo talento che mette casa lì e il sistema, con il parco che agisce a cerchi concentrici sul singolo individuo, sull’associazione e il gruppo e vuole farsi sistema. Se poi lo collochiamo in una dimensione urbana più ampia della città, vediamo che si sta formando una catena che tiene insieme Mancasale, dove c’è l’industria pesante, il Parco Innovazione, dove si trova l’industria leggera e l’innovazione, e il centro storico, cioè il terzo polo su cui puntiamo e dove si trovano l’industria culturale e creativa.

Qual è invece la strategia del progetto “Riuso” per la rigenerazione del quartiere di Santa Croce?

Il quartiere nacque nei primi anni del Novecento intorno alla grande fabbrica delle Reggiane, che a sua volta era nata a ridosso della linea ferroviaria: un classico processo di industrializzazione tipico di una città. Santa Croce assunse quindi fin da subito una forte identità operaia e ha mantenuto nei decenni nelle sue infrastrutture, nelle logiche e nella sua storia una memoria potentissima, proprio perché è nato fin da subito con una vocazione. Questa si sviluppa fino alla crisi economica degli anni ’90, quando la fabbrica incomincia a andare in crisi e anche il quartiere comincia a perdere dei pezzi importanti, il più importante dei quali quello centrale su cui ruotava tutto: la sua fabbrica. Persa questa, l’evoluzione è stata rapida e negativa facendo perdere di significato al sistema di reti e relazioni che si era creato con essa. Proprio per questo il progetto Parco Innovazione, visto dal lato del quartiere di Santa Croce, è il modo per ridare un senso sia in una logica strategica di città che alle persone che vi abitano lì, ricollocandole in un luogo che ha un valore. Chi vive lì potrebbe chiedersi però perché l’Amministrazione investa milioni nel Parco Innovazione piuttosto che nella costruzione di nuovi asili, solo per fare un esempio.

Quello che vorremmo si capisse è che se le ex Reggiane non riescono a diventare l’epicentro, il volano attorno a cui tutto il nuovo quartiere ruota, altri investimenti non avrebbero senso. Mettiamo invece al centro il Parco Innovazione, rendiamolo sempre più potente e diamo nuovamente senso ad altri pezzi del quartiere attraverso altri bandi per il riuso di infrastrutture nel quartiere. È fondamentale partire dal creare un “nuovo pieno” su cui costruire un sistema fatto di valore e di nuovi significati, dopo il vuoto che si era creato con lo svuotamento delle Officine Reggiane. Il progetto “Riuso” vuole fare proprio questo: abbiamo messo insieme dei proprietari di immobili e delle associazioni e come Amministrazione ci siamo fatti garanti, mediatori o broker che dir si voglia, verso gli uni e gli altri, con le risorse che abbiamo portato, dell’equilibrio economico che mancava. In questo modo il pubblico ha fatto incontrare due soggetti privati che da soli non avrebbero mai avuto modo di risolvere il problema.

Abbiamo trovato proprietari che avevano immobili che si stavano degradando e che costavano tanto e li abbiamo fatti incontrare con chi aveva necessità di spazi per le proprie attività ed era disposto a risistemarli e farli funzionare di nuovo pur di averne l’uso per un determinato periodo a basso costo. Nel quartiere ci sono già progetti avanzati per spazi teatrali, per le attività di molte associazioni sportive, una scuola dell’infanzia, spazi museali, ecc… Anche il processo amministrativo scelto è stato innovativo e moderno: sapevamo dove volevamo arrivare e ci siamo subito diretti lì, solo in un secondo momento abbiamo messo a posto tutto ciò che ci serviva per raggiungere l’obiettivo.