“Album di famiglia”, il racconto storico delle migrazioni reggiane

“Album di famiglia”, il racconto storico delle migrazioni reggiane

Reggio Emilia è da sempre terra di migrazione, sia verso altri luoghi che come meta per chi cerca qui un luogo di accoglienza dove poter migliorare la propria condizione. Un’indagine storica accurata sul fenomeno, nella sua complessità, non è stata mai realizzata. Per questo il Comune ha deciso di chiedere la collaborazione di Istoreco – Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Reggio Emilia per una ricerca approfondita, riferita prevalentemente al ‘900 nel territorio reggiano. Nel corso del 2018 tre ricercatori di Istoreco (Gemma Bigi, Chiara Torcianti e Giacomo Prencipe) hanno avviato lo studio, coinvolgendo anche il Museo dei Diari di Pieve Santo Stefano per la parte documentale. Con le dottoresse Bigi e Torcianti abbiamo fatto il punto sul progetto.

Quali sono gli obiettivi principali della ricerca?

Crediamo che lo stimolo venuto dal Comune sia inedito da parte di una pubblica Amministrazione. In questo studio c’è la volontà di capire e fotografare la capacità di attrazione del territorio reggiano ma anche i suoi limiti per chi è dovuto invece partire, nel corso del Novecento. Allo stesso tempo ci è stato chiesto di impostare la ricerca storica in modo da dare conto dell’identità del territorio, incasellandola nei flussi migratori in entrata e in uscita. Utilizzando gli archivi comunali vogliamo perciò raccontare le varie migrazioni che si sono registrate: abbiamo deciso di titolare questa ricerca “Album di famiglia (s)confinanti – Storie di ordinaria migrazione”.

Quali tipi di migrazione state identificando?

Prima di tutto quelle delle periferie del territorio reggiano, ad esempio quelle che avvenivano dalla bassa reggiana e dalla montagna, aree più povere rispetto alla fascia centrale pedecollinare, verso zone come la Liguria e la Garfagnana. Si tratta di un tipo di migrazione già ben consolidata a fine Ottocento che è poi proseguita nel Novecento. Ma non ci fu solo la migrazione economica: con l’avvento del Fascismo si assistette al fenomeno dei fuoriusciti politici, in particolare verso la Francia e la Svizzera. Quella dei fuoriusciti è stata una migrazione molto liquida per cui è difficile ricostruire esattamente quante persone ha interessato. Quello che stiamo notando, inoltre, è che non esiste una narrazione femminile di questo tipo di migrazione. Il Comune aveva avuto la percezione di questo deficit culturale e storico e noi lo stiamo indagando. Incontriamo poi le storie di bambine che andavano a servizio nelle famiglie benestanti di Milano, Genova o Roma. Sono memorie che in gran parte sono perdute perché molto spesso queste persone, diventando adulte, non rientravano più nel reggiano. La nostra ricerca è tuttora in corso perché si è presentata molto complessa e inattesa. Un ostacolo da non sottovalutare, per fare un esempio, è l’analfabetismo diffuso di quell’epoca: le persone che migravano spesso non avevano gli strumenti intellettuali per raccontare in alcuna forma la loro esistenza. Il nostro lavoro, non semplice, è dunque trarre storie anche da documenti sterili e burocratici. Quando è possibile riusciamo a integrare le storie ricavando elementi da testi e diari già pubblicati, un modo per incrociare i dati e verificare se le idee che ci siamo fatti hanno un riscontro.

E come fate quando, come nel caso della narrazione femminile tra i fuoriusciti, trovate un vuoto?

Nella ricerca storiografica una mancanza racconta molto, ci apre infatti un altro mondo da indagare. Nel caso specifico, il fatto che sia così difficile trovare tracce femminili ci dice che in quel contesto storico le donne erano ancora escluse nella società e non avevano la possibilità di lasciare testimonianze. Oltre a questo abbiamo trovato molti altri vuoti che ci intrigano e che abbiamo condiviso con l’Amministrazione comunale che, con lungimiranza, ci ha dato mandato di indagare anche se i tempi per la presentazione della ricerca si allungheranno.

Vi occupate anche delle migrazioni in ingresso più recenti?

Presto realizzeremo interviste a stranieri immigrati qui tra gli anni ’80 e i ’90, che sono stati quindi i protagonisti delle migrazioni degli ultimi decenni. Tra loro ci sono profughi della ex Yugoslavia, accolti in particolare nelle aree di montagna, ma anche badanti provenienti da paesi dell’ex Urss. Per questa parte del lavoro ci è stato chiesto di collaborare anche con enti impegnati nel lavoro con i rifugiati e con rappresentanti di comunità già ben radicate sul territorio. Ci sono poi i reggiani “cervelli in fuga”, cioè coloro che di recente hanno lasciato il nostro territorio per migliori occasioni di lavoro, esempio di una migrazione in uscita che comporta un livello di istruzione molto più alto rispetto al passato. Possiamo poi fare affidamento sull’Archivio Reggio Emilia-Africa di Istoreco, un patrimonio unico  a livello nazionale ed europeo, che racconta tanto di Reggio nei suoi rapporti con i movimenti di liberazione africani degli anni ’60 e ’70. In quel periodo si sono creati dei rapporti stretti, molti dei quali ancora vivi, che testimoniano un concetto di accoglienza fatto di scambio e arricchimento culturale. Un’attenzione e una sensibilità che a Reggio sono forse eredità degli ideali della Resistenza.

Come procederà il vostro lavoro?

Il metodo storico è mettere insieme tutti i file disponibili e poi tirare le somme. Si ipotizzava di essere pronti nella primavera 2019, molto probabilmente si slitterà a settembre per i motivi detti. Ci piacerebbe che il risultato della ricerca fosse una pubblicazione cartacea, perché è in grado di durare di più nel tempo rispetto a una mostra o a un supporto multimediale.